Raimondo Lullo , uno scrittore del XIII secolo (vedi sitografia) , è l'autore di un trattato di cavalleria in cui rivendica l'origine elitaria di quest'ordine sostenendo come il termine miles (= cavaliere) derivi da mille, col significato di “ uomo scelto tra mille” per le sue doti di lealtà, forza, coraggio e educazione, valori necessari per portare a compimento missioni elevate. Egli conclude dicendo che il miles deve appartenere ad un rango sociale elevato oltre che possedere virtù . Ma veniamo alla storia di questa professione. Nella figura del cavaliere medievale convergono aspetti di origine germanica come, ad esempio, la totale devozione al proprio capo e il principio secondo cui la dignità e il potere si conquistano in combattimento. Secondo il codice d'onore germanico , inoltre, abbandonare il campo di battaglia quando un capo è stato ucciso è un gesto infamante che provoca disonore. All'antico attacco dei soldati romani per il proprio generale subentra la fedeltà dei guerrieri barbari nei confronti del proprio capo. Il potere dei re germanici si fonda sull'esercito: il reclutamento si estende a tutti gli uomini liberi che devono servire il sovrano mettendo a disposizione le loro armi e il proprio equipaggiamento per tutta la durata dell'impresa. Con i carolingi si crea una rete di vassallaggio : ogni uomo libero doveva scegliersi un signore come protettore e doveva accompagnarlo nelle adunanze dell'esercito regio. Le famiglie aristocratiche privilegiavano il primogenito, il quale ereditava tutto e succedeva al padre nella signoria. Gli altri figli maschi prendevano gli ordini ecclesiastici o vivevano alla corte del fratello o dello zio materno coltivando amori illegittimi. Proprio questa categoria sarà attratta dai valori dell'ideologia cavalleresca ovvero l'amore per l'avventura, la difesa dei deboli, la lotta contro le ingiustizie, l'amor cortese . I cadetti che diventano cavalieri vivono di bottini di guerra in occasione della quale possono dar prova di fedeltà al proprio signore. Può succedere che quest'ultimo cerchi di sposare le figlie o le vedove di famiglia ai propri vassalli cavalieri così da legarli a loro e ricompensarli della fedeltà militare dimostrata. In origine non tutti i milites sono aristocratici: può capitare che siano allodieri, cioè piccoli proprietari terrieri abbastanza ricchi da comprarsi l'equipaggiamento militare e addestrarsi nelle armi. In Francia il cavaliere è vicino al signore, in Germaniaha origini contadine. Nel XIII secolo pianoforte la cavalleria si rivolgerà sempre più ai nobili per nascita o divenuti tali per volere del re. La Chiesa farà in modo che i cavalieri si mettano al servizio dei deboli e degli oppressi e in difesa della fede: inizia a nascere il concetto di crociata.
Quando combattevano a piedi i cavalieri usavano il giavellotto, la balestra e l'arco. Nella mischia utilizzavano la scure, la mazza di ferro, la spada e la lancia. All’estremità dell’ impugnatura della spada (fatta in corno, osso o avorio) c’era un pomo contenente delle reliquie (un esempio è Durlindana, la mitica spada di Orlando). Le spade avevano un nome, così come i cavalli: vi era inciso in lettere dorate o d’argento insieme a particolari formule religiose. Un’altra arma era la daga (lunga 20 cm, dalla lama corta e sottile) chiamata anche misericordia perché dava il colpo di grazia al vinto. La lancia era l'arma caratteristica del cavaliere, misurava meno di 250 cm. Poi c'era l'asta in legno di frassino, di melo o di quercia, terminante con un pennone o un'insegna che riportava i simboli del rango di appartenenza del cavaliere. L’armatura consisteva in una lorica, cioè una cotta con scaglie che rivestiva una tunica di cuoio oppure si trattava di una maglia fatta da anelli intrecciati; pesava dai 12 ai 15 chili e proteggeva il cavaliere dai colpi di spada fino a metà coscia. Per proteggere il viso c’era un casco sfero-conico dotato di nasale sostituito poi, dal XIII secolo, da un elmetto chiuso con fessure per gli occhi. Questo però limitava la vista e l’udito sul campo di battaglia cosicché verrà dotato di fori di ventilazione soprattutto se si combatteva in zone con temperature alte. Lo scudo seguiva perlopiù il modello normanno a mandorla (fig.01).

La maggior parte delle azioni militari consisteva in razzie, devastazioni, assedi di castelli o di città o di fortezze. Le catapulte, gli arieti e le altre macchine d'assalto erano progettate da ingegneri. Il cavaliere possedeva da due a cinque cavalli da guerra e due scudieri con il compito di portargli le armi e prendersi cura dei cavalli. Il termine scudiero inizialmente stava a significare il servitore che aveva cura delle armi e del cavallo. Dal XIII secolo in poi questo ruolo era svolto dai figli dei nobili che facevano apprendistato per diventare futuri cavalieri. I cavalli dovevano essere robusti, resistenti e allenati a partecipare alle mischie. Proprio la necessità di possedere cavalli di pregio in grado di far fronte ad imprese belliche porta ad una serie di incroci di razze e al progresso delle scienze veterinarie. Si crea così un vero e proprio attacco tra il cavaliere e il proprio cavallo, un po' come succedeva per gli eroi dell'Iliade (vedi lezione La civiltà micenea) . Dal XIII secolo solo i nobili potranno fare carriera militare dal momento che i costi per l'armatura e per il mantenimento dei cavalli lieviteranno notevolmente e la cerimonia dell'adoubement (investitura) diventerà sempre più lussuosa.
I cavalieri dovevano mostrarsi coraggiosi durante i combattimenti per non perdere la fiducia del proprio signore. Erano animati da sete di gloria, fama e di bottino. La peggior onta era la codardia. Gli indisciplinati e i disobbedienti erano puniti con la morte; se però la loro impresa sortiva buoni esiti erano perdonati. Tra i doveri principali del cavaliere c’erano quelli di non prestare falsi giuramenti, non tradire, soccorrere i più deboli, digiunare il venerdì (o in sostituzione fare un'elemosina), assistere ogni giorno ad una messa e fare un'offerta.
Il riscatto di un prigioniero poteva consistere nella consegna di una fortezza ma anche nell’imposizione di un matrimonio di un patto di alleanza. Era deciso in base ai mezzi economici e al rango delle persone catturate. Gli imprigionati non erano maltrattati; principi e re godevano ovviamente di trattamenti di favore.
La cerimonia di investitura del cavaliere era detta adoubement (fig.02). Alla vigilia lo scudiero confessava i peccati, digiunava e trascorreva la notte in preghiera. Durante il rito un cavaliere lo cingeva con la spada per ricordargli che doveva combattere per la giustizia mantenendosi casto. Successivamente riceveva un bacio (simbolo di carità) e la collata, un colpo al collo inferto con la spada affinché si ricordasse delle promesse fatte. La festa terminava con un banchetto. L'adoubement era un rito di passaggio al mondo adulto. Gli aristocratici mandavano i loro figli a casa di un parente (spesso lo zio materno) di lignaggio superiore affinché fosse nutrito e educato per ricevere le armi. Alla fine dell'apprendistato il giovane veniva insignito cavaliere da quello stesso parente, dal padre, o da un personaggio prestigioso vicino alla famiglia. Tale cerimoniale di origine germanica si svolgeva in maniera molto simile a quello che prevedeva la consegna della spada al re al momento dell'incoronazione.

I tornei nascono in Francia. Permettevano l'esercizio delle armi durante i periodi di pace ed erano anche l'occasione per i giovani cavalieri di mostrare le loro prodezze, trovare un ingaggio o conquistare la mano di ricche ereditiere. Il torneo è un evento organizzato che simula una battaglia reale. Avviene in un luogo in prossimità di una città ove trovavano alloggio i partecipanti con il loro seguito di scudieri, fanti, arcieri ecc. Una delle due squadre simulava l’attacco di una città e l'altra la difesa. La zona di scontro doveva essere caratterizzata da campi aperti, foreste, boschi ove fare imboscate. Una delle tattiche più usate era quella di isolare l'avversario per poi attaccarlo e catturarlo. I cavalli e le armi del vinto diventavano bottino dei vincitori, i quali chiedevano un riscatto per far rientrare in gioco lo sconfitto. L’avversario non si uccideva ma si puntava a catturarlo e ad impossessarsi del suo equipaggiamento. I tornei erano il luogo ideale per sperimentare nuove strategie tattiche e diventeranno un fenomeno di società. È chiaro che fruttavano meno gloria e meno bottino rispetto alla guerra. Gesti di generosità, come dispensare il vinto dal riscatto, aumentavano il prestigio del vincitore (fig.03).

I tornei attiravano il pubblico femminile che ammirava le gesta dei cavalieri partecipanti: a partire dal XII secolo le dame consegneranno il premio al vincitore (fig.04). La Chiesa inizialmente condannerà queste competizioni perché inneggiavano alla lussuria, all'orgoglio, all'invidia, all'odio, al lusso: non dimentichiamo che i cavalieri adotteranno come vessilli le sciarpe delle dame o le maniche dei loro vestiti (al tempo lunghe e larghe). Successivamente la Chiesa li rivaluterà perché li considererà una sorta di “training” per le crociate. L’evento scatenava adrenalina: i suoni delle trombe, i rumori della mischia, i riflessi degli scudi e delle armature, i colori variegati degli stemmi eccitavano i partecipanti (un po’ come il sangue che riscaldava gli animi dei gladiatori nel Colosseo). Fino a quale epoca si disputeranno i tornei? In Inghilterra verranno vietati perché favorivano le rivolte dei baroni; in Francia, invece, avranno sempre più successo fino al 1559 quando saranno banditi in seguito alla ferita mortale inferta a Enrico II durante un combattimento.

Con l'accentuarsi dell'individualismo rispetto ai valori collettivi esploderà il fenomeno della giostra in cui lo scontro avviene solo tra due combattenti in un campo chiuso, nel centro di una città, armati di lancia (fig.05). Dal 1250 sia nelle giostre che nei tornei si utilizzeranno armi smussate e lance senza punta (“di cortesia”). A partire dal XIII secolo i tornei risentiranno dell'influenza dei romanzi del ciclo bretone e saranno abbinati a matrimoni e adoubements (cerimonie di investitura). I giullari avranno l'incarico di presentare i partecipanti, di raccontare le varie fasi del combattimento e ne diventeranno giudici e arbitri.

Il cavaliere doveva corteggiare una nobildonna, entrare nelle sue grazie, amarla in maniera disinteressata, giurarle fedeltà. C'era un codice di tre colori simboli dei sentimenti che univano i due amanti: blu (speranza), rosso (amore), verde (fedeltà). Le fasi dell’innamoramento facevano riferimento ai colori che contraddistinguevano le stagioni: il verde delle gemme primaverili alludeva al sentimento che stava sbocciando, era il colore dell'abito nuziale e dell'innamoramento all'inizio della relazione. Il rosso acceso era simbolo dell'amore passionale e si rifaceva all'estate; le sfumature dorate del grano alludevano all'autunno e all'amore maturo. Nei paragrafi dedicati all’amor cortese vedremo come nel Medioevo la donna non sarà più considerata un essere inferiore e di come si ingentilirà il comportamento nei suoi confronti.
Gli scrittori del Medioevo si rivolgono soprattutto ad un pubblico di cavalieri. Molti autori sono essi stessi cavalieri che partecipano alla vita di corte e, dunque, sono imbevuti di ideologia cavalleresca. Grazie alle opere letterarie dell’epoca oggi siamo a conoscenza dei valori di quel mondo. Mi riferisco in particolare ai poemi eroico- cavallereschi che compongono le chansons de gestes cantate dai giullari, composti in lasse (strofe) di decasillabi in rima. In queste opere la donna non è totalmente assente, fa da comparsa ma non gioca quel ruolo fondamentale che avrà nell'amor cortese e nei romanzi arturiani. L’amor cortese (fin ‘amor) è una nuova forma d'amore derivante dai modelli di feudali: il vassallo rende omaggio alla dama come faceva nei confronti del proprio signore; probabilmente il genere risente dell'influenza della poesia d'amore araba cantata in Andalusia. Questo tipo di amore nasce e si sviluppa fuori dal matrimonio. Si tratta di un amore platonico e aristocratico, roba solo per spiriti eletti, ovviamente di stirpe aristocratica. C'è però un'eccezione: si tratta delle Lettere di Abelardo e Eloisa che narrano la storia d’amore tra una giovane allieva di nome Eloisa e un maestro scolastico attempato dal nome di Abelardo; dalla loro relazione nascerà un figlio (fig.06). Abelardo verrà castrato per vendetta dalla famiglia di lei per poi essere rinchiuso in un monastero mentre Eloisa verrà segregata in un’abbazia; i due amanti continuano tuttavia a intrattenere un rapporto epistolare. La loro storia ci mostra come l'amore cortese avesse anche delle implicazioni carnali.

Nell’amor cortese e nei romanzi arturiani l’amore è un sentimento nobilitante per chi lo prova ed esiste al di fuori del matrimonio perché non si può amare chi già si possiede di diritto (la sposa). Occorre ricordare che all’epoca i matrimoni erano meri contratti stipulati dalle famiglie delle due parti contraenti e non avevano nulla a che fare con l'amore. L’amore decantato, in teoria, doveva essere platonico ma, considerate le allusioni erotiche spesso presenti nei poemi dell'epoca, non è sempre così. Pian piano maturerà il concetto secondo il quale esso nobilita l'anima, la eleva e può essere provato solo da esseri che ne sono degni ma sempre appartenenti alla società cavalleresca. I villani (cioè i rustici, i contadini da villa= campagna) e gli uomini del popolo ne sono esclusi. L’amore, dunque, è un sentimento fruibile solo dalla società aristocratica. Il cavaliere lotta per la sua dama nei tornei , adotta i suoi colori o esibisce sciarpe o maniche che le appartengono e deve farsi onore, mostrando coraggio, in modo da meritare il suo amore… Siccome questo sentimento è vissuto fuori dal matrimonio deve rimanere segreto: si allude allora alla donna con un senhal (pseudonimo) per paura della diffusione delle maldicenze (fig.07).

L’ idea di amor cortese nasce in Francia alla corte di Eleonora di Aquitania. In seguito al divorzio con Luigi VIII (1152), quando la regina sposerà Enrico Plantageneto e si trasferirà in Inghilterra, diffonderà anche qui i nuovi ideali. Inoltre, le sue figlie Eleonora, Maria, Alice, li divulgheranno nella Champagne e nelle Fiandre così come Matilde ed Eleonora in Germania e in Spagna.
L'eroe nella letteratura cavalleresca aveva degli obblighi: doveva mostrarsi il più valoroso per mantenere alta la sua reputazione e quella del suo lignaggio, doveva attirare le lodi, evitare l'onta e le accuse di codardia. Per essere cortesi occorreva evitare i peccati di orgoglio, invidia, maldicenza. Non bisognava parlar male delle dame, né ascoltare pettegolezzi sul loro conto. Il vero cavaliere deve essere anche munifico e deve saper elargire doni a chi lo merita in contrasto col villano dipinto come avaro. È grazie alla generosità che un signore lega a sé i compagni guerrieri che lo servono. Codardia e tradimento sono i peccati peggiori di cui si può macchiare un cavaliere e sono trasmissibili al suo lignaggio al pari di una tara. A maggior gloria le famiglie aristocratiche dicono di discendere da un prode cavaliere: il fiero orgoglio di classe le porta a disprezzare chi non ha nobili origini. Queste famiglie si doteranno di uno stemma che ne indicherà le origini, il rango e i legami parentali: l'araldica diviene una vera e propria scienza ed erge su un piedistallo questi gruppi sociali (fig.08).

La cavalleria finirà così per escludere tutti i coloro i quali non fanno parte dell'alta aristocrazia; la cerimonia dell'adoubement e l'equipaggiamento diventano assai costosi. I cavalieri avranno il diritto di portare le armi anche in chiesa, di indossare speroni dorati e pellicce di pregio (come per esempio di ermellino). Si distingueranno per la pratica della caccia al falcone, il gioco degli scacchi (fig.09), danze cortesi, partecipano a giochi e tornei. Questi caratteri elitari saranno accentuati nel Basso Medioevo in contrasto con la borghesia in ascesa, portavoce di ideali pratici e mercantili, protagonista di una vertiginosa scalata sociale all'interno dei comuni.

Il signore dilapida le rendite spendendo in banchetti, tornei e feste perché deve ostentare la sua ricchezza e la sua generosità. Al contrario tirchieria, avarizia, cupidigia sono considerati i vizi peggiori. Quando il signore dona ai vassalli vuole dire che è al loro servizio. Il vassallo che riceve il dono riconosce il suo signore. La struttura feudale si regge su queste relazioni e legami......
La poesia trobadorica è una lirica che nasce a sud della Francia, nella Languedoc, alla fine del XII secolo e per questo è detta provenzale. Raffinata ed elegante si presenta sotto diverse forme, tra cui:
-il plazer (piacere) enumera le cose desiderate in quanto piacevoli;
-l’enueg (noia, dolore) elenca le cose sgradevoli;
- il sirventese utilizza la melodia di un altro testo;
-il compianto (planh) commemora un personaggio famoso;
-la tenzone (tenso) è una discussione tra due o più poeti su di un argomento amoroso.
C'è poi la pastorella (pastorelle) in cui si racconta di come un cavaliere cerchi di sedurre una contadinella mentre l'alba (aube) racconta del lamento della donna o del suo amante per il fatto di doversi separare a quest'ora del giorno dopo una notte d'amore. Molto suggestiva è infine la chanson de toile (la canzone della tela o di storia) cantata dalle dame mentre filavano e cucivano: evoca una storia d'amore che può finire bene, quando una fanciulla ritrova l'amato, o male, col tradimento o la morte di quest'ultimo; questo componimento vede la frequente ripetizione del ritornello. Nella lirica provenzale la donna figura come signora, castellana (domina) . Il suo amante è il vassallo fedele. L'amore è vissuto come omaggio e dedizione assoluta. Il rapporto tra domina e vassallo è molto simile a quello che legava quest'ultimo al signore: al servizio del vassallo deve corrispondere la concessione di un privilegium (beneficio). La donna è un essere angelico quasi da venerare e l'uomo é il suo umile servitore. Quasi sempre l'amore rimane un sentimento inappagato e questa provoca sofferenza all'amante. Come si è detto in precedenza solo un animo cortese poteva provare amore: almeno in questo campo il vassallo senza feudo aveva la possibilità di raggiungere la parità nobiliare dei suoi signori. I poeti provenzali elaborano un linguaggio con metafore che si rifanno all'amore come lotta (assalto, vittoria, frecce, catene, ecc.) o fuoco o sottomissione e dipendenza (ad esempio omaggio ). Per ostacolare i maldicenti la donna è indicata col senhal , un nome fittizio. Essendo un sentimento che lega due anime affini l'amata non può respingere l'omaggio del vassallo. Con il passare del tempo si arriverà ad affermare che determinati sentimenti sono provati da chi possiede nobiltà d'animo a indipendenti dalla nobiltà di sangue. L'amore spinge l'uomo a migliorarsi per essere degno della donna amata per gentilezza, bontà e coraggio. Mecenati di trovatori sono stati Eleonora d'Aquitania e Maria di Champagne . Tra gli esponenti dell'amor cortese ricordiamo Andrea Cappellano (1150-1220) e il suo De amore, un trattato in latino che codifica l'amor cortese (vedi sitografia) . Probabilmente l'autore è vissuto alla corte di Maria di Champagne e Filippo Augusto re di Francia ( cappellano sarebbe la deformazione di ciambellanus). Scritto nel XII secolo il trattato si compone di tre libri: nei primi due esalta l'amore e lo analizza nella sua fenomenologia (come nasce, come si conserva ecc). Nel terzo, stranamente, l'autore rinnega le sue precedenti argomentazioni. Cappellano avrà molta influenza su Dante ei poeti del Dolce stilnovo: l'amore diventa il mezzo per acquisire nobiltà morale ed è un sentimento esclusivo; si ama solo la donna del proprio cuore, non c'è spazio per nessun'altra. Bernard de Ventadorn (1147-1172) è uno dei più grandi trovatori del XII secolo. il termine trovatore viene dall'occitanico trobar = trovare parole e versi. Questa forma di poeta ha origine in Aquitania e Provenza . I trovatori appartenevano alla piccola aristocrazia, alla classe cavalleresca e al clero. Spesso scrivevano i versi per poi farli eseguire dai giullari. Nelle sue poesie Bernart de Ventadorn esalta il sentimento per la sua dama sullo sfondo della primavera , periodo propizio allo sbocciare dell'amore (vedi sitografia) . La donna amata viene descritta in tutta la sua bellezza dal poeta che, allo stesso tempo, si perde nel fantasticare sul suo incontro al punto da perdere ogni contatto con la realtà. L' essere femminile è visto come superiore per le qualità morali e soprattutto per la bellezza , motivi per i quali il poeta si sente sopraffatto, si considera a lei devoto e sottomesso, ma allo stesso tempo tale superiorità lo spinge a migliorarsi per rendersi degno dell'amante (vedi sitografia). Jaufre Rudel (1125? -1148) privilegia il tema della lontananza della donna amata rispetto al suo possesso (amor de lohn= amore da lontano). La figura femminile assume connotati mistici (vedi sitografia) . L'inverno è la stagione prediletta dal poeta perché favorisce il raccoglimento e la meditazione. Jaufre Rudel soffre, ma allo stesso tempo gode dello struggimento causato dall'amore lontano. Bertran de Born (1140-1215) , invece, da bravo nobile, parla della guerra . Guerre e primavera sono i principali riferimenti del poeta, tra l'altro sempre presenti insieme: non a caso le spedizioni belliche partivano durante questa stagione. Troneggia, nella sua poesia, la figura del cavaliere schierato con i compagni all'attacco mentre assedia castelli, dimora negli accampamenti infondendo coraggio ai suoi, lotta con mazze ferrate e scudi... Il suo lessico influenzerà il Dolcestilnovo (vedi sitografia) . Ricordiamo infine il poeta Guglielmo IX d'Aquitania , settimo conte di Poitiers, che aveva fama di seduttore (vedi sitografia).
Le chanson de geste sono poemi epici che celebrano le imprese di eroi valorosi spesso legati ad un lignaggio. Sono composti da versi decasillabi raggruppati in lasse o stanze. Si rifanno alle agiografie (vite) dei santi dal momento che gli eroi protagonisti obbediscono a valori religiosi e cavallereschi. Il pubblico cui si rivolgeva la declamazione di tali imprese era formato da vassalli e militari. Menestrelli e giullari (fig.10) erano artisti girovaghi che contribuivano con i loro spettacoli, dietro compenso di denaro, a diffondere queste storie nei castelli o anche nelle piazze o nelle fiere.

Il più famoso poema che fa parte di questa categoria é il ciclo carolingio che narra le gesta di Carlo Magno e dei suoi paladini (comites= compagni di palazzo) in guerra contro i Saraceni. Nell’ambito del ciclo carolingio ricordiamo la chanson de Roland in cui trionfano valori collettivi quali l’onore, il coraggio, la lealtà, la dedizione a Dio e al sovrano, ma non c’è spazio per i sentimenti individuali come l'amore; l’unico accenno è presente alla fine del poema quando si racconta della morte di Alda, la fidanzata di Orlando, alla notizia della morte dell’amato. Orlando è citato nella Vita di Carlo scritta da Eginardo (vedi lezione Alto Medioevo Quadro storico) e in alcune cronache medievali. La chanson de Roland ebbe larga diffusione lungo le vie di pellegrinaggio. La versione più antica del testo è contenuta in un codice risalente al XII secolo con la firma di un certo Turoldo, un chierico anglo- normanno raffigurato nell’arazzo di Bayeux (fig.11); non si sa se sia l'autore originale o il copista.

La storia racconta della guerra combattuta da Carlo Magno contro i Saraceni da ben sette anni. Il re dei Mori Marsilio, assediato dai Franchi nella città di Saragozza, finge di voler arrivare ad una pace. Carlo accetta di trattare nonostante il parere negativo di Orlando. Su suggerimento di quest'ultimo viene mandato come ambasciatore presso Saragozza Gano di Magonza (patrigno di Orlando) al fine di parlare di pace con Marsilio. Gano odia il figliastro profondamente e concepisce un perfido piano di vendetta in combutta con Marsilio. I Mori fingono la resa e di volersi convertire al cristianesimo purché Carlo ritorni in Francia. Durante la ritirata, per ordine di Gano, Orlando guiderà la retroguardia che verrà attaccata a tradimento dai Mori nella gola di Roncisvalle sui Pirenei (fig.12).

Era stato proprio Gano a rivelare ai nemici il percorso che i Franchi avrebbero seguito per tornare in patria. I paladini combatteranno fino alla morte. Orlando accetterà di suonare l’olifante per richiamare in aiuto le truppe di Carlo solo quando sarà in fin di vita (fig.13).

L’olifante era un corno di avorio utilizzato dalla nobiltà per diffondere segnali durante le battute di caccia o in guerra per richiedere l'aiuto dei compagni nei momenti di difficoltà. Tuttavia, suonare l’olifante per un cavaliere significava riconoscere la resa e, di conseguenza, ammettere la sconfitta per cui era considerata un'azione simbolo di debolezza e di vigliaccheria. Ecco il motivo per cui Orlando si rifiuta di farlo se non quando è in prossimità della morte. Prima di esalare l’ultimo respiro, benché non si regga in piedi, egli vuole distruggere la sua spada Durlindana,donatagli da Carlo, affinché non cada nelle mani del nemico. Orlando si volge verso la Spagna così quando i compagni troveranno il suo cadavere saranno certi del fatto che il paladino avesse fronteggiato il nemico fino alla fine. Negli ultimi istanti di vita Orlando rievoca tutte le vittorie e i territori conquistati per Carlo e affida la sua anima a Dio chiedendogli perdono per i suoi peccati. Saranno addirittura San Gabriele e San Michele a scendere dal cielo per andare ad accoglierlo in Paradiso (vedi sitografia). Carlo giungerà troppo tardi a Roncisvalle: al suo arrivo troverà l’esercito franco sterminato dagli avversari. Viene iniziato un processo per decidere la condanna a morte di Gano, colpevole di aver tradito per denaro e di aver causato la morte di Orlando. L'accusato ammetterà di aver perseguito la vendetta ma non di aver tradito. Si organizza un duello tra Pinabello, un parente di Gano che abbraccia la sua causa, e Teodorico, un altro cavaliere che si offre di essere il suo avversario. L'esito del duello decreterà il volere divino e, dunque, se Gano deve vivere o morire. Vincerà Teodorico cosicché Gano verrà legato a quattro cavalli che correranno in direzioni opposte dilaniando il suo corpo. Gli avvenimenti raccontati sono un misto tra finzione e realtà. È vero che la battaglia di Roncisvalle è realmente avvenuta nel 778 ma i Franchi furono assaliti dalle popolazioni basche e non dai Mori. Questa trasfigurazione dei fatti è dovuta al fatto che il poema doveva contribuire a incitare all'odio verso gli infedeli. La stesura del testo, infatti, risale al XII secolo benché narri di fatti avvenuti nell’VIII, motivo per cui vi vengono trasposti situazioni e sentimenti dell’epoca delle crociate. Re Marsilio di Saragozza non è mai esistito. Carlo è descritto con la barba bianca anche se in realtà all’epoca non era così anziano (fig.14).

Nel poema appaiono frequenti ripetizioni e formule fisse: in questo modo si catturava l'attenzione del pubblico distratto o ci si faceva capire anche dai meno colti. Tutto ciò è tipico dei testi originariamente trasmessi per via orale. Le frasi sono semplici, brevi, accostate. Una curiosità: Orlando è diventato il protettore di alcune città germaniche presso le quali è considerato un santo. A Brema c'è una sua statua alta 5 m che viene portata in processione (fig.15)!

Tra storia e finzione
Nel poema con il termine di Nibelunghi si intende una stirpe di nani ai quali Sigfrido ha sottratto un tesoro il cui possesso è fonte di sciagure. Lo stesso termine, nel corso della storia, starà ad indicare la dinastia reale dei Burgundi (vedi sitografia). L'opera risale a circa il 1200; non ne conosciamo l’autore. Già nel VII secolo circolavano canzoni che cantavano le imprese di Sigfrido, Brunilde, Teodorico presso i popoli nordici. Queste storie, tramandate oralmente, spesso si sovrapponevano tra loro fino a quando, tra il 1200 e il 1204, un poeta le ha riunite in un’unica composizione. Nella Canzone dei nibelunghi storia e leggenda si fondono insieme. Storicamente è esistito un regno dei Burgundi con capitale Worms, sconfitto dagli Unni nei 436 (fig.16). Sappiamo anche che Teodorico, il re degli Ostrogoti nonché uno dei protagonisti dell’ultima parte del poema, aveva sposato realmente una donna germanica.

La trama
Il poema si suddivide in due parti (vedi sitografia). La prima inizia con Sigfrido, principe di Xanten nelle Niederland, eroe bello e valoroso (fig.17), il quale ha sentito parlare della bellezza e delle virtù della principessa Crimilde (fig.18), sorella di Gunther, il re dei Burgundi. Sigfrido è disposto a far di tutto per conquistarla, persino a dichiarare guerra a questo popolo. Il giovane, nonostante i cattivi presagi, decide di partire con un gruppo di valorosi alla volta del regno dei Burgundi. Qui, nonostante le prime diffidenze, viene ben accolto e, in seguito, si mette al servizio di Gunther aiutandolo nella guerra contro i Sassoni.


Tuttavia, solo dopo un anno riesce a vedere la fanciulla da lui amata alla quale finalmente riesce a dichiarare il suo amore. In cambio della mano di Crimilde Gunther gli chiede di aiutarlo segretamente a compiere imprese straordinarie. Difatti, il re dei Burgundi si reca in Islanda per chiedere la mano della regina Brunilde, una donna guerriera dall'aspetto virile (fig.19). Ella sottoponeva a prove durissime tutti i suoi pretendenti: si sarebbe unita in matrimonio solo a colui che fosse stato in grado di superarle.

Gunther risulta vincitore grazie all'aiuto di Sigfrido e del suo cappuccio magico che rende invisibili. La fiera e altezzosa Brunilde viene così domata anche nella camera da letto, sempre con l'aiuto di Sigfrido che la costringe ai suoi doveri di moglie dopo aver assunto le sembianze di Gunther. La donna viene così resa umile e sottomessa: il fatto che i protagonisti si vantino di questa vittoria è un chiaro indizio del fatto che la società cui fa riferimento il poema era contraddistinta da una mentalità patriarcale. L'eroe del Niederland per tutto il tempo si finge un vassallo di Gunther celando il suo vero status per non dare nell’occhio. Brunilde è costretta così a sposare Gunther e a seguirlo nel regno dei Burgundi anche se non lo ama. Al ritorno da queste imprese Sigfrido, come promesso, ottiene la mano di Crimilde. La coppia va a vivere nella città di Xanten nel Niederland. Trascorrono dieci anni e Brunilde, da sempre innamorata del prode Sigfrido, chiede a Gunther di invitare Sigfrido e Crimilde a corte per poterli rivedere. In realtà tra le due donne c'era stata da sempre una certa rivalità per chi fosse la più bella e la più elegante. Durante la visita succede un alterco per cui Crimilde svela alla rivale la verità: non era stato Gunther a vincere le prove ma Sigfrido con il dono dell'invisibilità. Come prova di questa versione dei fatti Crimilde le mostra l’anello e la preziosa cintura che Sigfrido le aveva sottratto durante la fatidica notte in cui aveva finto di essere Gunther e l’aveva domata. Brunilde inizia allora a meditare la vendetta e riesce ad avere dalla sua parte Hagen, cavaliere al servizio di Gunther, crudele e infido, che da sempre non ha mai tollerato il virtuoso e coraggioso Sigfrido. Con l'inganno egli riesce a strappare a Crimilde il segreto dell'invincibilità dell’eroe: si era immerso nel sangue di un drago che aveva ucciso per ottenere l’invulnerabilità, ma nel mentre una foglia di tiglio gli era caduta su una spalla per cui un colpo di lancia sferrato in quel punto lo avrebbe fatto fuori. È così che, durante una battuta di caccia organizzata ad arte, con la complicità di Gunther, Sigfrido viene attirato nei pressi di una fonte, dopo essere stato isolato dai compagni, per poi essere colpito con uno spiedo per mano di Hagen (fig.20). Il cadavere dell'eroe viene deposto sulla soglia della casa di Crimilde.

Quest'ultima, disperata e resa quasi pazza dalla morte dell'amato, si rifiuta di seguire Sigismondo, il padre di Sigfrido, nel Niederland e di tornare dal suo figlioletto: se fosse stata lontana avrebbe rinunciato alla vendetta e questo non doveva accadere! Crimilde inoltre aveva ricevuto da Sigfrido, come dono di nozze, il tesoro dei Nibelunghi su cui Hagen desiderava ardentemente mettere le mani. Le enormi ricchezze sono trasportate alla corte di Gunther e di lì a poco finiscono nelle mani di Hagen che le cala nel Reno. Crimilde da questo momento in poi nutre un duplice motivo di vendetta: per la morte di Sigfrido e per il tesoro sottrattole. A questo si aggiunge che Gunther finisce per conciliarsi con Hagen nonostante tutto quello che aveva commesso. La seconda parte del poema ha come principale protagonista Crimilde che, da donna angelica (vicina al modello femminile del Dolcestilnovo dantesco) si trasforma in demone assetato di vendetta. Ella accetta l'offerta di matrimonio di Attila, il re degli Unni, solo quando il suo messaggero più autorevole le promette l'aiuto per vendicarsi delle offese patite. Si celebrano così le nozze. Crimilde si trasferisce presso la corte degli Unni. Anni dopo finge di voler rivedere i fratelli e fa inviare loro dall'ignaro Attila un invito ad andarla a trovare. Gunther si mette così in marcia con i suoi fratelli, altri valorosi soldati e il perfido Hagen, il quale nutre dei sospetti su questa iniziativa voluta fortemente da Crimilde. Durante l'avventuroso viaggio Hagen incontrerà le Ondine(vedi sitografia) che profetizzano la morte di tutti i Burgundi fatta eccezione per uno (fig.21).

Arrivati alla corte degli Unni i Burgundi vengono accolti da Crimilde con una certa freddezza. Viene imbandito un banchetto per onorare gli ospiti, ma in realtà si tratta di una trappola. Crimilde fa sorgere una contesa tra Unni e Burgundi così da far succedere una carneficina. Gli Unni vengono trucidati mentre i Burgundi sono chiusi dentro la sala che viene incendiata: soffocati dal fumo essi arrivano a placare la fame e la sete bevendo il sangue delle vittime che scorre per terra. Gunther viene ucciso dopo averlo fatto incarcerare nelle segrete del palazzo. Hagen è fatto prigioniero da Teodorico il re dei Goti, ospite alla corte di Attila: egli lo consegna a Crimilde che, per tutta risposta all'invito di aver clemenza del prigioniero, lo fa fuori con la spada di Sigfrido (dal nome di Balmung) passata nelle mani di Hagen dopo che aveva assassinato l’eroe. Crimilde si aggirerà per la sala della corte con lo sguardo folle, sporca di sangue, con in mano la spada, balbettando parole incomprensibili. Ed è allora che il cavaliere Ildebrando la uccide a fil di spada: lo fa- a suo dire- per vendicare un guerriero valoroso, seppur malvagio, perché non meritava di essere fatto fuori da una donna in modo barbaro. È così che termina il poema…
L’opera ha come sfondo una società barbarica primitiva che insegue il valore della vendetta spesso ottenuta in maniera cruenta: per punire un delitto non c'è altro modo che uccidere. Si parla di legami di sangue tra il re e i suoi guerrieri. La società germanica descritta non ha avuto ancora contatti col diritto e non conosce il concetto di legge o di Stato. I paladini di questa etica barbarica sono Hagen, Brunilde e, in seguito, soprattutto Crimilde. Hagen tradisce per difendere la sua regina Brunilde e non si commuove davanti a niente: arriva ad uccidere persino il figlio di Attila e Crimilde facendo del sarcasmo. Egli, dunque, incarna l'immagine del male. E’ fiero ma crudele; intuisce che Sigfrido può nuocere a Gunther e a Brunilde. Affronta la morte con coraggio pur sapendo quale sarà la sua fine predettagli dalle Ondine. Dal canto suo Brunilde è considerata alla stregua di un'amazzone: una donna contro natura, dalla forza brutale e animalesca. Anche lei agisce solo per vendetta. E poi c'è Crimilde, la figura più suggestiva del poema che emula Clitennestra e Medea, protagoniste delle tragedie greche (vedi lezione Antica Grecia Le donne Il teatro). Ella vuole vendicare a tutti i costi la morte di Sigfrido e il furto del tesoro dei Nibelunghi. Arriva così a manipolare gli uomini che la circondano pur di placare il suo desiderio di vendetta. Mentre nella chanson de Roland i cavalieri combattono per difendere l'imperatore, la patria, la fede, qui ciò che muove alla lotta é la vendetta, l'odio, la crudeltà. Allo stesso tempo nel poema appaiono diversi indizi che ci riportano agli ideali cavallereschi dal momento che l'opera risente dello sfondo culturale del XIII secolo, periodo in cui è stata scritta. Mi riferisco al personaggio di Sigfrido, perfetto cavaliere dalle nobili virtù, dotato di una bellezza abbagliante e dalla forza sovrumana. Convinto che chi lo circonda creda nei suoi stessi ideali non sa essere scaltro e per questo finirà con l’essere ucciso a tradimento. Egli è lo sposo esemplare; in lui il valore germanico della forza si fonde agli ideali cristiani. Concludendo il discorso sui personaggi del Canto dei Nibelunghi possiamo affermare come su di essi imperi un destino inesorabile che pretende il sacrificio della loro vita dopo che si sono distinti in prove di abilità guerriera e coraggio. L'ideale di vita cortese traspare nella descrizione dei banchetti, dei vestiti sontuosi, delle feste di corte, nelle giostre e nei tornei.
L’autore colloca Xanten in Norvegia mentre in realtà la patria di Sigfrido era ubicata nella Renania settentrionale. Non è ben precisata la sede della corte degli Unni.
Nel Canto dei Nibelunghi appaiono spesso abiti sfarzosi decorati da gemme. Gli orefici nelle società barbariche occupavano un posto di rilievo perché fabbricavano gioielli per le corti e istoriavano le armi dei guerrieri. Molto presente è il numero 12: evidentemente si credeva avesse un significato magico
Richard Wagner, il noto compositore (1813- 1883) (vedi sitografia) era un appassionato di letteratura medievale, in particolare degli studi mitologici e filologici sui Nibelunghi (fig.22). Tra le sue fonti ricordiamo i Canti dell'Edda, le saghe dei re norvegesi, la Deutsche Mythologie di Jacob Grimm. Siccome prese parte alla rivoluzione del 1848 ed era vicino alle idee socialiste venne mandato in esilio in Svizzera ove rimase fino al 1860. Qui ebbe l'ispirazione per scrivere la tetralogia sui Nibelunghi. Secondo i progetti iniziali il personaggio centrale dell'opera doveva essere Sigfrido, eroe valoroso che lotta contro il potere e l'avidità in nome dell'amore. In seguito al fallimento della rivoluzione Wagner assume una concezione del mondo più pessimista e rende il dio Wotan la figura centrale del dramma. Padre degli dèi, egli diviene l'unico responsabile della crisi dell'ordine universale esistente trascinando il mondo verso la rovina.

L’ oro del Reno (prima parte)
Il nibelungo Alberico (fig.23) è respinto e deriso dalle Ondine, le figlie del Reno, custodi di un prezioso tesoro: secondo la leggenda colui che fabbricherà un anello dalla fusione dell'oro avrà un potere illimitato. Per vendicarsi delle continue umiliazioni cui è sottoposto Alberico decide di rubare il tesoro e maledice l'amore, sentimento da lui rinnegato.

Il dio Wotan, invece, per acquisire il sapere cosmico ha dovuto privarsi di un occhio (fig.24). Secondo la leggenda il capo degli dèi aveva staccato un ramo dal frassino del mondo per ricavare una lancia su cui ha inciso i testi delle leggi divenendo così il custode dell'ordine universale.

Wotan ordina ai Giganti la costruzione del nuovo regno degli dèi, il Walhalla, in cambio di Freia, la bellissima dea della giovinezza (fig.25). Egli però si rende conto che se ciò dovesse avvenire davvero le divinità perderebbero l'immortalità.

Ecco allora che propone uno scambio: al posto di Freja offre l’oro e l'anello dei Nibelunghi. Alberico viene allora privato di entrambi. Il nano lancia sull'anello una maledizione: chi lo possiederà andrà incontro alla morte e alla rovina. I Giganti non riescono a mettersi d'accordo sulla spartizione del tesoro e si affrontano in uno scontro mortale in cui Fasolt ha la peggio. Il dramma termina con gli dèi che si involano verso il Walhalla su un arcobaleno che fa da ponte. Entrambe le figure di Wotan e di Alberico sono avide di potere: in particolare, il capo degli dèi è disposto a sacrificare l’ordine universale da lui stabilito in cambio dell'anello. Se è costretto a rinunciarvi è solo perché Erda, una sorta di dea madre, gli ricorda che anche gli dèi sono soggetti al fato e all'eterno divenire. Ella inoltre profetizza che l'anello accelererà la loro fine.
La Valchiria (seconda parte)
Wotan si è recato sulla terra per unirsi ad una donna al fine di generare un glorioso eroe che avrà il compito di salvare gli dèi dalla rovina restituendo l’anello alle figlie del Reno. Egli così genera la coppia di gemelli Siegmund e Sieglinde. Un giorno Siegmund, insieme al padre adottivo, trova la casa distrutta. Non solo: la madre è stata uccisa mentre Sieglinde è scomparsa. In realtà la fanciulla è stata rapita da Hunding, nemico della famiglia, dopo che aveva dato fuoco a tutto ciò che possedevano. Il giorno delle nozze tra Hunding e Sieglinde Wotan si presenta al banchetto travestito. Mentre conficca una preziosa spada su un tronco di frassino egli dice che colui che riuscirà ad estrarla ne diventerà il fortunato proprietario. Un giorno, presso l'abitazione di Hunding e Sieglinde, arriva uno sconosciuto (in realtà si tratta di Siegmund) venuto da lontano che chiede ospitalità. Dalle informazioni sulla sua identità Hunding capisce che si tratta di un suo nemico e lo invita a procurarsi un'arma poiché il giorno dopo i due si affronteranno in un duello mortale. Sieglinde scopre di essere la sorella di Siegmund. Quest'ultimo riesce a estrarre la spada dal frassino. I gemelli si uniscono carnalmente (per le culture antiche l'unione tra fratello e sorella gemelli era un qualcosa di divino da cui aveva origine un essere perfetto) (fig.26).

Wotan spera che suo figlio Siegmund uccida in duello Hunding ed invia sul campo di battaglia la sua figlia preferita, la valchiria Brunilde, al fine di proteggerlo (fig.27).

Ma viene fermata da Fricka, la dea che tutela il matrimonio, contraria all'unione incestuosa tra i due fratelli gemelli (tra l'altro Sieglinde era già sposata con Hunding). Wotan allora è costretto ad ordinare a Brunilde di proteggere Hunding da Siegmund. Quando la valchiria apparirà ai due gemelli viene colpita dalla potenza dell'amore di Siegmund e decide di aiutarlo cosicché viene accusata da Wotan di essere una traditrice. La spada Notung che il dio aveva destinato al proprio figlio si spezza contro la lancia di Wotan quando quest’ultimo interviene direttamente nello scontro tra Siegmund e Hunding. Dal duello nessuno dei due esce vivo. Brunilde porta in salvo Sieglinde e la spada Notung spezzata e cerca rifugio presso le valchirie, ma le sorelle temono la vendetta del padre Wotan e l'abbandonano. Ella allora si separa da Sieglinde dopo averle affidati i resti della spada che andrà in eredità al bambino che stava per dare alla luce di nome Siegfried. Brunilde è cacciata dal Walhalla come un angelo caduto perché considerata una traditrice ed é condannata a vivere come una donna normale; prima però il re degli dèi la fa cadere in un sonno profondo. Ella fa un'unica richiesta al padre: essere protetta da un muro di fuoco: l'uomo che la sveglierà dovrà per forza essere valoroso dal momento che sarà stato in grado di superare questa barriera invalicabile.
Siegfried (terza parte)
Sieglinde muore dando alla luce Siegfried, il quale viene allevato dal fabbro nano Mime con l’intento di servirsi dell'eroe per impadronirsi del tesoro dei Nibelunghi protetto da un drago. Il giovane, che sa di non essere suo figlio, diventa il protagonista di mirabolanti imprese: dopo aver forgiato una nuova spada ricavata dai pezzi della Notung uccide il drago, dopodiché sconfigge il padre adottivo, che aveva cercato di avvelenarlo, riesce a spezzare la lancia di Wotan (che aveva cercato di ostacolare il suo cammino), attraversa il cerchio di fuoco risveglia Brunilde con un bacio (fig.28). I due si innamoreranno follemente. Grazie al sangue del drago l’eroe acquisisce la capacità di comprendere il linguaggio degli uccelli.

Il crepuscolo degli dèi (quarta parte)
Siegfried parte in cerca di avventure dopo aver lasciato a Brunilde l'anello fatato come pegno di fedeltà. Nella terra dei Ghibicunghi incontrerà Gunther, la sorella Gutrune e il loro fratellastro Hagen. Quest'ultimo è il figlio del nano Alberico e vuole fare fuori l’eroe per vendicare la sua stirpe: grazie alle sue trame egli convince Gunther a sposare Brunilde e Gutrune a unirsi in matrimonio con Siegfrid. Da perfido qual è Hagen nasconde a entrambi i fratelli il legame tra il valoroso eroe e l'ex valchiria. Gutrune, istigata da Hagen, offre a Siegfried una pozione magica che gli fa scordare il passato. Egli dimentica così di amare Brunilde e addirittura si offre di andare a prenderla per consegnarla a Gunther in cambio della mano di Gutrune. Sìegfrid riesce nell’impresa grazie all'elmo magico, un altro oggetto che faceva parte del tesoro dei Nibelunghi: assumerà così le sembianze di Gunther dopo aver sottratto alla fanciulla l'anello. Quando Brunilde arriva alla corte dei Ghibicunghi vede che Siegfrid porta al dito l'anello che le aveva portato via sotto le spoglie di Gunther e, per di più, non la riconosce: cade allora nella disperazione. A quel punto svela la verità, ma Siegfried, ancora drogato dalla pozione, giura la sua innocenza sulla lancia di Hagen. Brunilde reclama vendetta e si allea con quest’ultimo: gli rivela la natura dei poteri dell’ex amante che gode dell’invulnerabilità fatta eccezione per un punto sulla schiena. Di conseguenza l'eroe viene ucciso a tradimento durante una battuta di caccia. Hagen, poco prima di farlo fuori, gli fa bere una pozione che gli risveglia tutti i ricordi, compreso l'amore per Brunilde. Tuttavia, non riesce a sfilare l'anello dal dito del cadavere di Siegfried. Alla fine del dramma Brunilde dà ordine di preparare una pira di fuoco per bruciare il cadavere dell'amato con l'intento di gettarcisi anche lei così da salvare il mondo dalla catastrofe. Il Reno straripa mentre le Ondine strappano l'anello ad Hagen trascinandolo sul fondo del fiume. Un incendio devasta il Walhalla (fig.29).

Il Canto dei Nibelunghi ha anche ispirato la settima arte. I Nibelunghi é una pellicola cinematografica di F. Lang realizzata nel 1924 (vedi sitografia) (fig.30). Il titolo originale è Die Nibelungen; il film è stato sceneggiato da Thea Von Harbou, la moglie del regista.

L'opera, dalla durata originale di quattro ore, si suddivide in due parti: la morte di Sigfrido (fig.31) e la vendetta di Crimilde (fig.32). Nella prima parte si raccontano le vicende di Sigfrido dall'uccisione del drago e l'immortalità conseguita al suo arrivo nella terra dei Burgundi fino al suo omicidio per mano di Hagen. Nella seconda parte protagonista della vicenda è Crimilde che ordisce e realizza la sua vendetta (anche se sposa Etzel anziché Attila rispetto alla versione letteraria).


Lang rispecchia abbastanza fedelmente la trama del Canto dei Nibelunghi (vedi paragrafo dedicato). Si dice che Hitler apprezzò molto la prima parte ma non la seconda dal momento che in quest’ultima vengono ribaltati i valori messi in scena nella Morte di Sigfrido. Il regista ha dedicato il lungometraggio al popolo tedesco. Il film è caratterizzato dalla prevalenza dei tempi lunghi, il prevalere delle pause descrittive e dei movimenti lenti all'interno dell'inquadratura. Tuttavia, la seconda parte è più drammatica e movimentata della prima. Inoltre, le masse fanno da mero contorno ai personaggi principali. Gli abiti sono in stile Art Déco (fig.33).

Si tratta di una saga nazionalistica che rende l'arte e il cinema al servizio della propaganda. Goebbels (vedi sitografia) nel 1933 offrì a Lang la direzione del cinema tedesco ma lui rifiutò: la sera stessa fuggì a Parigi lasciando tutti i suoi beni in Germania che gli saranno confiscati qualche tempo dopo. In seguito a questa decisione la moglie Thea chiederà il divorzio ed entrerà a far parte del movimento nazista. Fritz Lang andrà poi negli Stati Uniti ma qui, a partire dal 1952, verrà accusato di comunismo dalla Commissione per le attività antiamericane. Terminerà la sua carriera in Germania anche se morirà a Beverly Hills il 2 agosto 1976.
Tra i poemi epici più antichi in lingua inglese ricordiamo Beowulf, pervenutoci quasi completo. Elaborata nell'VIII secolo l’opera è importante non solo dal punto di vista letterario ma anche come documento storico perché ci rivela parecchie informazioni sulle genti di stirpe germanica che si erano insediate in Gran Bretagna. Ovviamente i protagonisti appartengono alle classi guerriere aristocratiche. Il poema, in antica lingua sassone, tratta delle vicende di Beowulf, nipote del re dei Geati che, assieme a quattordici compagni, salpa per la Danimarca per prestare aiuto al re danese Hrothgar, il cui regno è infestato dal terribile mostro Grendel. L'eroe lo riesce ad uccidere e al suo ritorno in patria verrà acclamato re. Cinquant'anni dopo Beowulf morirà mentre si scontrerà contro un drago sputafuoco. Inutile dire che la trama e i personaggi ricordano molto la Canzone dei Nibelunghi. Il poema è frutto della fusione di elementi barbari (in particolari sassoni) con quelli cristiani (come, ad esempio, il tema della lotta tra bene e il male) e quelli fiabeschi e avventurosi (fig.34).

Accanto alla chanson de geste, nel XII secolo, si diffonde il ciclo dedicato a re Artù e ai cavalieri della Tavola Rotonda. Esso appartiene alla materia di Bretagna (con questo nome si intende sia la parte nord ovest della Francia che l’Inghilterra). Fonte di ispirazione è l’Historia regum Britanniae (1135) il cui autore è Goffredo di Monmouth (vedi sitografia). Il ciclo bretone (originariamente scritto in versi e successivamente in prosa), di ispirazione epico cavalleresca, ha come tema centrale non più la lealtà verso il proprio sovrano e la lotta in nome della fede bensì la ricerca individuale dell’avventura, i valori dell'amor cortese, il desiderio di gloria. Vengono dunque meno gli ideali collettivi mentre sono esaltati i desideri e le ambizioni individuali. Il cavaliere è alla ricerca di prove sempre più difficili per conquistare la fama ma anche per mostrare il suo valore alla sua innamorata. Talvolta è presente la queste ovvero la ricerca di un oggetto particolare o della fanciulla amata. Tutti questi temi trovano compiuta espressione in Chrétien de Troyes (1130-1180) (vedi sitografia). Egli era probabilmente un chierico di alta cultura, vissuto nel XII secolo, al servizio delle corti di Champagne e delle Fiandre. Tra le sue opere ricordiamo: Erec e Enide,Lancillotto o il cavaliere della carretta, Ivano o il cavaliere del leone, Perceval o il racconto del Graal. È importante sottolineare come Chrétien de Troyes, nella narrazione delle vicende, riprenda le tradizioni celtiche e l'atmosfera mistico-pagana interpretandole in chiave cristiana. Al centro della trama ci sono gli ideali dell’amor cortese coltivati presso le corti feudali: l'amante diviene suddito, la donna amata la sua signora, l'amore è mezzo di elevazione spirituale e omaggio a chi si ama. Molto importante diviene l'analisi psicologica dell'animo dei protagonisti. Si tratta di opere iscritte per essere lette pubblicamente o in solitudine. Con i romanzi arturiani si crea un'etica cavalleresca a carattere universale; i cavalieri oramai ingaggiano la lotta contro il male andando oltre la mera missione di difendere i più deboli. I destinatari di queste opere vivono presso le corti del XII secolo e condividono i medesimi ideali.
Lancillotto o il cavaliere della carretta (scritto tra il 1176-1177) (fig.35) racconta la storia d'amore tra il cavaliere più intrepido della tavola rotonda, devoto al re Artù, e la moglie di quest'ultimo dal nome di Ginevra. Quando i cavalieri si sparpaglieranno per il mondo alla ricerca del sacro Graal (vedi paragrafo dedicato) Lancillotto sarà colui che riuscirà a vederlo parzialmente ma non a conquistarlo a causa dell'amore impuro per la bella regina. Il romanzo racconta del rapimento di Ginevra ad opera del malvagio Maléagant che la porta con sé in un regno inaccessibile (vedi sitografia). Lancillotto parte alla sua ricerca (un po’ come Orfeo che si inoltra nell'Ade per riportare in vita la sua Euridice). A un certo punto del viaggio un nano promette di indicargli dove era stata condotta Ginevra ma solo a patto di accettare di salire su una carretta che serviva da mezzo di trasporto per i condannati al patibolo. Lancillotto all'inizio si rifiuta di farlo perché il gesto avrebbe leso la sua dignità di cavaliere. Alla fine, però, prevale la forza dell'amore. Giunto a destinazione il prode riuscirà a liberare la regina che però all'inizio si mostra fredda nei suoi confronti perché il cavaliere aveva titubato nella decisione di salire sulla carretta mostrando così di tenere più alla sua dignità personale che non all'amore per lei (vedi sitografia).

Nel romanzo la passione amorosa assume connotazioni erotiche. Lancillotto quando non è in azione vagheggia la donna amata come avviene nella lirica provenzale dell’amor cortese; non vede le altre donne che lo corteggiano e per lui esiste solo Ginevra; l’amore tra i due amanti ovviamente doveva rimanere segreto. Purtroppo, alla fine del romanzo sarà proprio questa passione proibita a causare la guerra tra Lancillotto e re Artù provocando la fine del regno di Camelot.
Il romanzo è stato scritto da Chrétien de Troyes. La storia ha come protagonista un ragazzo gallese che vive nel fitto di una foresta in compagnia della madre la quale, avendo perso il marito e i figli partiti come cavalieri, cerca di far di tutto per evitare che Percival possa fare la stessa fine e per questo lo isola dal mondo. Ma il destino vuole diversamente: un giorno, infatti, egli si imbatterà in alcuni cavalieri e vorrà seguire le loro orme. Finirà così per essere investito cavaliere da re Artù per poi andare alla ricerca di avventure. Conoscerà il Re Pescatore e avrà la possibilità di conquistare il sacro Graal ma non ci riuscirà a causa degli errori commessi. Non sappiamo se alla fine l’impresa andrà a buon fine dal momento che il racconto ad un certo punto si interrompe a causa della morte dell'autore. In questa sorta di romanzo di formazione Perceval man mano si arricchirà di valori umani e imparerà il sentimento della compassione (all’inizio delle sue vicende ne era privo: il giorno della sua partenza non torna indietro nemmeno quando vede la madre svenire dal dolore!). Egli da rusticus diverrà cavalier cortese. La vicenda del romanzo ispirerà il poema Parzival di Wolfram von Eschenbach (vedi sitografia) scritto nel XIII secolo (vedi paragrafi successivi).
Chi riuscirà a conquistare il Graal? Senza “spoilerare” troppo possiamo dire che sarà Galahad, il figlio nato dall’unione tra Lancillotto e una vergine (da lui creduta Ginevra a causa di un inganno) a compiere la difficilissima impresa dal momento che in lui si fondono la castità della madre con le virtù cavalleresche del padre.
L’opera probabilmente prende ispirazione da una leggenda di origine persiana. Il romanzo di Tristan, scritto da Thomas d’Angleterre nel 1170 (vedi sitografia), non è inserito nel ciclo arturiano. La trama riflette i valori dell'amor cortese. Ha ispirato Maria di Francia e, nei secoli successivi, i poeti romantici, W. Scot e il musicista R.Wagner . A proposito di quest’ultimo la prima della sua opera Tristano e Isotta è andata in scena a Monaco nel 1865 sotto la direzione di Hans von Bülow, la cui moglie era l'amante di Wagner: dalla loro unione è nata una figlia cui la coppia ha dato il nome di Isolde (Isotta). Tristano è un prode cavaliere che vive alla corte dello zio Marco, re di Cornovaglia (è figlio della sorella di quest’ultimo dal nome di Biancofiore). Marco lo vuole fare suo erede e questa sua decisione scatena l'invidia dei nobili vicini al re. Durante un duello il giovane uccide il mostro Moroldo che stava distruggendo l'Irlanda. È proprio Isotta la bionda, sorella del mostro ed esperta di arti magiche, a guarire Tristano da una ferita intrisa di veleno. Marco decide di prendere in sposa la giovane fanciulla e incarica il nipote di andarla a prendere per scortarla fino in Cornovaglia. A lei, infatti, appartiene un ricciolo biondo che una rondinella aveva lasciato cadere ai piedi del re così da farlo innamorare perdutamente di quel bel colore biondo al punto da voler assolutamente sposare la proprietaria del capello. Durante il viaggio Tristano e Isotta bevono per sbaglio una pozione d'amore (simbolo della fatalità) destinata alla fanciulla e al suo sposo la notte di nozze (fig.36).

I due vengono travolti da una passione irrefrenabile. Vengono allontanati così dalla corte di re Marco il quale, durante una battuta di caccia, li ritrova in un bosco addormentati uno accanto all'altro con una spada che li divide. Marco interpreta la situazione come segno di castità tra i due amanti, riprende Isotta con sé, ma condanna Tristano all’esilio. I due si incontreranno di nascosto (il giovane raggiungerà la corte per stare con l’amante nelle vesti di pellegrino e di giullare). Costretto ad allontanarsi definitivamente egli arriverà in un paese lontano dove incontrerà Isotta dalle bianche mani che lui sposerà perché omonima della sua amata e perché vuole anche lui provare le stesse pene vissute dall'amante costretta ad un matrimonio senza amore con re Marco. Tristano viene ferito mortalmente in un duello e manda a chiamare l'unica che possa salvarlo, Isotta la bionda. Sarà Isotta dalle bianche mani, mossa dalla gelosia, a causare la morte del cavaliere. Secondo accordi presi se la nave avesse avuto a bordo Isotta la bionda avrebbe viaggiato con la vela bianca, in caso contrario avrebbe mostrato la vela nera. Isotta dalle bianche mani, piccata per l'arrivo della rivale e per il fatto di essere stata lasciata illibata da Tristano, nonostante il matrimonio, vede da lontano la vela bianca ma annuncia che è nera. Tristano allora morirà di dolore mentre Isotta la bionda giungerà al suo capezzale per poi morire anch’essa mossa a pietà dalla fine dell’amato. Nel romanzo amore e morte divengono i temi fondamentali: non a caso fu molto amato da Wagner ma anche da Salvador Dalì (vedi sitografia). L’ amore, inoltre, si colloca nella prospettiva della ribellione. La vicenda sarà trattata nel XIII secolo dal poema Tristano scritto da Goffredo di Strasburgo (vedi sitografia).
In questo ciclo di poemi Giulio Cesare, Alessandro Magno, Enea divengono protagonisti di vicende avventurose che sconfinano nel magico e nel meraviglioso muovendosi in un mondo che non ha nulla a che fare con quello classico ma, anzi, presenta tutte le caratteristiche della società cortese. Ricordiamo: le Roman d’Enéas, le Roman de Troie, le Romane da Alexandre ecc.
La vicenda di re Artù e dei paladini della Tavola Rotonda è narrata nel XV secolo da T.Melory nel libro “Storia di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda” (vedi sitografia). Re Uther di Pendragon (della Britannia) si innamora di Igraine, duchessa di Cornovaglia. Chiede allora a mago Merlino di prendere le sembianze del marito Gorlois, impegnato a combattere in guerra, per poter giacere una notte con lei. Da questa unione nasce Artù. Il neonato viene consegnato a Merlino che lo dà in affidamento a sir Ector. Alla morte di Uther il paese cadde nell'anarchia. In occasione del raduno organizzato per raggiungere una conciliazione tra tutti i baroni in lotta per ascendere al trono, appare una misteriosa spada infissa nella roccia con sopra incisa una scritta: chi riuscirà ad estrarla sarà il legittimo re d'Inghilterra. L'unico che accidentalmente riesce a tirarla fuori é Artù che viene così a conoscenza delle sue vere origini. Il giovane re governa la Britannia in maniera saggia, ben consigliato da Merlino. Ad un certo punto della storia il mago conduce il giovane in riva ad un lago dalle cui acque esce una mano misteriosa che impugna una spada con sopra scritto Excalibur: si tratta dell’arma che lo renderà invincibile fino alla sua morte (fig.37).

La capitale del Regno di Artù é Camelot, nel cui palazzo reale si trova la famosa Tavola Rotonda attorno alla quale si siedono i cavalieri del re (fig.38). Secondo una versione della leggenda c’erano 150 seggi di cui uno solo sarebbe rimasto vuoto fino a quando non sarebbe stato occupato dal cavaliere più meritevole. Il compito dei cavalieri è quello di andare per il mondo a combattere contro i soprusi per far valere la pace e la giustizia. Ecco allora le imprese di Galvano, Pellinor Tristano, Galahad, Perceval, Ivano ecc. Artù fa prestare loro giuramento di: non commettere oltraggio ed omicidi; non tradire mai; concedere la grazia a chi la implora. Chi non avrebbe rispettato questo codice etico sarebbe incorso nella perdita dell'onore e della protezione del re. Inoltre, essi avevano il dovere di soccorrere le dame in pericolo e di non prendere parte a contese ingiuste solo per raggiungere il proprio tornaconto.

Il cavaliere più coraggioso dell'ordine è Lancillotto, il quale finisce per innamorarsi, ricambiato, della regina Ginevra, la bella moglie di Artù. Il personaggio di Merlino scompare dalla vicenda quando si innamora di Viviana del Lago. Costei è una bellissima fanciulla che lo irretisce per convincerlo ad insegnarle le arti magiche. Una volta apprese le adopererà per rinchiudere il potente mago in una caverna segreta ove rimarrà imprigionato fino alla fine dei suoi giorni. Merlino affida ai cavalieri della Tavola Rotonda il compito di cercare il sacro Graal: ogni anno si ritrovano nel giorno della Pentecoste per raccontarsi le loro avventure. Il seggio periglioso è destinato a Galahad, il figlio che Lancillotto concepirà con la vergine Elaine, figlia del re Pelles. Nel corso di queste avventure Tristano e Lancillotto diventeranno pazzi per amore (anticipando l'Orlando furioso). Lancillotto non arriverà al Graal perché pecca di orgoglio e vanagloria; egli compie le sue imprese solo nel nome di Ginevra: il suo intento é quello di farsi da lei notare e meritare il suo amore ma non ha mai fatto nulla per amore di Dio, motivo per il quale non sarà lui ma suo figlio Galahad a conquistare il Graal. Purtroppo, la vicenda scritta da T.Melory non ha un lieto fine perché Artù viene ingannato da Mordred, il figlio avuto dalla perfida sorellastra Morgana (fig.39).

Egli fa in modo di svelare pubblicamente la relazione tra Ginevra e Lancillotto scatenando così una guerra tra i due cavalieri, guerra che trascinerà alla rovina Camelot e i paladini della Tavola Rotonda. Mordred, infatti, approfittando dell'assenza di re Artù, occupa il trono di Britannia e vuole costringere la matrigna Ginevra a sposarlo, arrivando a rapirla. Durante il combattimento col perfido nemico Artù viene ferito mortalmente e ordina ad uno dei cavalieri di gettare Excalibur nel lago per restituirla alla Dama del Lago. Il paladino, recalcitrante, obbedisce e vede compiersi il prodigio. Nel frattempo, tre fate vestite di nero approdano su una zattera per prendere in consegna Artù, ferito mortalmente, così da guarirlo. L’eroe scompare con loro e, secondo una versione della leggenda, un giorno ritornerà sulla terra per vendicare il suo popolo. Ginevra si rinchiude in convento dove muore dopo esserne venuta badessa. Lancillotto, quando viene a sapere della morte di Ginevra, prenderà i voti, la seppellirà a Glastonbury, accanto alle spoglie di Artù, per poi lasciarsi morire (secondo un’altra versione della storia, infatti, il re di Camelot è morto e si suoi resti giacciono in questo luogo).
Significato della tavola rotonda
Attorno la Tavola Rotonda si siedono i cavalieri (il loro numero varia da 12 a 150 a seconda delle versioni) (fig.40). Essa simboleggia una monarchia ideale in cui il sovrano regna, in nome del bene comune, col sostegno dell’aristocrazia cavalleresca. È di forma rotonda perché nessuno siede a capotavola, ma tutti sono uguali.

Merlino e le arti magiche al servizio del Bene
Le origini di questo meraviglioso personaggio, protagonista della saga arturiana, si trovano nella Historia Brittonum (VIII-IX sec.) nel personaggio del profeta Ambrogio, nato senza padre e dalle capacità di chiaroveggente. Tra l’altro la tradizione popolare gallese ricorda un bardo (poeta e cantore) dal nome di Myrrdin. Merlino é nato dall'unione di una mortale con un demone incubo: ha, dunque, un’origine diabolica. Il mago mette al servizio di re Artù le sue doti profetiche e insegna ai cavalieri le virtù cavalleresche (fig.41).

Secondo la leggenda è lui ad aver trasportato dall’Irlanda le famose pietre che compongono Stonehenge (vedi lezione La Preistoria paragrafo Stonenge). È sempre lui che propugna la ricerca del sacro Graal. Purtroppo, farà una misera fine dal momento che la fata Niniana lo imprigionerà per sempre in una grotta (secondo altre versioni in un castello nella foresta di Brocelandia) (fig.42). Un’ altra variante, che indica la maga col nome di Viviana, reincarnazione della dea Diana, ci racconta di un Merlino rinchiuso in una tomba il cui ingresso viene sbarrato con una pietra.

Artù tra mito e leggenda
I racconti che trattano le gesta di Artù risalgono all'epoca medievale anche se si suppone sia vissuto molto prima, attorno al V-VI secolo: infatti, non esistono iscrizioni o scritti contemporanei che lo ricordano. Di questo personaggio parlano gli annali gallesi commissionati nel X secolo dal re gallese Hywell. Nel documento è narrata la battaglia di Camlann durante la quale muoiono Artù e Médraut (Mordred). Nell'830 un monaco di nome Nennio scrive l'Historia Brittonum in cui vengono sintetizzati i principali eventi della storia britannica. Egli colloca la vita di Artù nei cosiddetti anni bui della Britannia (V-VI secolo) quando il paese viene abbandonato dai romani e invaso dai popoli barbari della Scozia e dell'Irlanda. I britanni eleggono Vortigern come loro re, il quale assolda dei mercenari sassoni pagandoli inizialmente in moneta e in seguito con terre del Kent. Ad un certo punto i sassoni, aumentati di numero dopo essersi stanziati in Britannia, vogliono prendere con la forza il comando del regno. A Vortigern succede un certo Ambrosio, il cui padre era stato un console romano. Nennio non lo chiama re, bensì dux (condottiero). Il nome di Artù potrebbe dunque derivare dal latino Artorius (=Ambrosio). Gli storici moderni ipotizzano che ci sia stato un capo ipotetico di nome Artù, insignito del titolo militare di dux, che ha organizzato la resistenza britannica contro gli invasori sassoni. Forse, una volta ottenuta la pace, ha poi regnato nelle vesti di imperatore. Goffredo di Monmouth, autore dell’Historia regum britanniae, colloca il regno di Artù intorno al 460. Geoffrey Ashe (vedi sitografia), uno dei più grandi studiosi arturiani, afferma che in diverse cronache storiche di quegli anni si parla di un certo Riothamus (“reale supremo” nella lingua celtica della Britannia): si tratta del re dei britanni che aveva combattuto contro i goti unendosi agli alleati romani. Sappiamo che, dopo la disastrosa battaglia di Barry, dell'esercito di Riothamus si perdono le tracce. La sconfitta probabilmente è stata causata dal tradimento del prefetto della Gallia Arvando, il quale aveva incoraggiato i goti ad attaccare le truppe britanniche in Gallia e a spartirsi i territori con i borgognoni. Il nome Arvando risulta molto simile a quello di un traditore chiamato Morvando, presente in una cronaca medievale. Da qui l'ipotesi secondo cui da Morvando deriverebbe il nome Mordred, il nemico acerrimo di Artù. Una curiosità: la prima rappresentazione iconografica del celebre re cavaliere è il bassorilievo del Duomo di Modena sul Portale della Pescheria (1099- 1120) che lo ritrae con i suoi soldati mentre cerca di salvare Ginevra (fig.43).

I luoghi arturiani: le ipotesi
Nelle regioni dell'Inghilterra occidentale ci sono luoghi associati a re Artù: Glastonbury, Tintagel, Cadbury. Quando Ginevra viene rapita da Melwas, il re del Somerset, viene imprigionata a Glastonbury Tor (fig.44). Secondo la leggenda i monaci di Glastonbury riescono a intercedere per negoziare la liberazione della regina. Alcuni scavi archeologici hanno riportato realmente alla luce un insediamento monastico del V secolo: il racconto identifica questo luogo con l'isola di Avalon dove Arthur si recò per guarire le sue ferite. Per quanto riguarda Tintagel, secondo Goffredo di Monmouth, è qui che re Artù venne concepito dal re Uther di Pendragon e Igraine, la moglie del duca di Cornovaglia. In realtà le rovine che oggi sono visitate dai turisti risalgono ad un periodo assai più tardo. Per quanto riguarda l’ubicazione di Camelot gli studiosi la identificano con Cadbury (Somerset): gli scavi qui hanno portato alla luce, sulla sommità di una collina, una fortificazione di pietra e legno lunga un chilometro. All’interno c’era una vasta sala adibita a banchetti e frammenti di vasi importati dall'oriente: tutti questi indizi rivelano che qui vi abitava una persona importante. Vicino Cadbury, inoltre, ci sono località i cui nomi richiamano Camelot: Queen Camel o West Camel.

La tomba di re Artù
Sebbene molti documenti riportino che Artù sia stato ucciso durante la battaglia di Camlann (547) la leggenda racconta che il suo corpo é stato portato nell'isola di Avalon per essere guarito dalle fate: verrà un giorno in cui egli ritornerà per salvare il suo popolo dalla distruzione. Nel 1190 i monaci di Glastonbury dichiarano di aver scoperto la tomba di re Artù e di Ginevra insieme ai resti dei loro corpi ed una iscrizione che li identifica. Il luogo era stato loro suggerito da una serie di visioni (fig.45).

Pare che anche Enrico II (1133- 1189) ne fosse a conoscenza in quanto glielo aveva rivelato un bardo inglese. I corpi di re Artù e di Ginevra sono stati ritrovati in una bara di quercia cava a 5 m di profondità. Il luogo era contrassegnato da cippi ed era ubicato nel cimitero di San Dunstano. All'interno del tronco di quercia c'erano le ossa di un essere gigantesco sul cui cranio erano visibili molteplici segni di ferite tutte risanate, tranne una. All'interno del medesimo spazio sono state riportate alla luce delle ossa di donna che si trovavano ai piedi dell'uomo. I monaci sostenevano, inoltre, di aver ritrovato sotto la bara un'ampia tavola di pietra sotto la quale c'era una croce con un'iscrizione che attestava l'identità dei due corpi come Artù e Ginevra e come luogo di sepoltura l'isola di Avalon. In realtà si tratta di una delle più grandi fake news della storia. Cominciamo col dire che da questo ritrovamento ne avrebbero tratto giovamento i Normanni, una popolazione che nel XII secolo (epoca cui risale il presunto ritrovamento miracoloso), pur avendo consolidato il dominio in Gran Bretagna sui sudditi sassoni, non era stata accettata dai Gallesi che sognavano il ritorno di re Artù da Avalon per scacciare via l'invasore. Con il ritrovamento del corpo dell’eroe ogni speranza di tal genere sarebbe stata troncata e con essa ogni germe di ribellione. Inoltre, i monaci di Glastonbury avevano tutto da guadagnarci: la falsa scoperta avrebbe dato origine ad un business turistico che li avrebbe arricchiti facendo diventare il luogo una tappa per i pellegrini amanti della leggenda arturiana. In realtà i monaci non erano nuovi a queste contraffazioni: in precedenza avevano affermato di aver scoperto le ossa di San Patrizio (morto in Irlanda!!!). A metà del XIII secolo diffonderanno un’altra fake news: a loro dire Giuseppe d'Arimatea (vedi paragrafo dedicato al Sacro Graal) e un gruppo di apostoli erano giunti a Glastonbury per fondare la prima chiesa dell'occidente! Ma per quale motivo i monaci hanno inventato tutte queste storie? Con questo stratagemma essi avrebbero ricavato i soldi per far ricostruire la loro chiesa danneggiata da un incendio (fig.46).

Altre reliquie arturiane
Nel libro “La morte di Arthur” pubblicato da W.Caxton (vedi sitografia) si fa riferimento ad una serie di reliquie che testimonierebbero l'esistenza di re Artù tra cui una tavola rotonda visibile a Winchester (fig.47). Anche in questi casi si tratta di false testimonianze. La tavola di Winchester, dal diametro di 5 metri e mezzo, è stata commissionata da Enrico III nel XIII secolo per emulare a corte lo spirito di fratellanza dei celebri cavalieri. Grazie al metodo del carbonio 14 (vedi sitografia) si è risaliti all'effettiva datazione della tavola: dagli esami si può evincere che è stata realizzata con alberi tagliati nel XIII secolo. Enrico VIII, successivamente, vi ha fatto dipingere il suo ritratto (per simulare re Artù) e un cerchio diviso in 25 spicchi color verde e bianco (uno per il re e gli altri 24 destinati ognuno ad un cavaliere) insieme alla rosa dei Tudor.

La spada nella roccia
Esiste una vera spada forgiata nel XII secolo, identica ad Excalibur, che si trova conficcata in una roccia vicino alla Rotonda di Montesiepi (vedi sitografia) in provincia di Siena, a poche centinaia di metri dalla famosissima abbazia cistercense di San Galgano (fig.48).

Come sacro Graal si intende generalmente la coppa dalla quale Gesù ha bevuto durante l'Ultima Cena e in cui é stato versato il suo sangue sgorgato dal fianco colpito dalla lancia del centurione Longino (fig.49).

Alcune storie narrano che il Sacro Catino esposto a Genova nella chiesa di San Lorenzo sia proprio il Sacro Graal: i genovesi ne sarebbero entrati in possesso dopo la conquista di Cesarea nel 1100 (fig.50).

Altre fonti indicano con questo nome una pietra meteoritica, altri affermano che il Graal sarebbe il Vangelo perduto di San Giovanni o la Sacra Sindone (vedi sitografia). Nella cultura celtica si parla di calderoni miracolosi come quello della dea Ceridwen (vedi sitografia), un enorme paiolo che serviva a preparare l'elisir della saggezza: se si immergeva il dito nel contenuto si acquisiva la conoscenza (vedi sitografia). Ma i calderoni magici hanno origini ancora più antiche: ricordiamo quello in cui le figlie di Pelia, manipolate da Medea, immergono il padre con l'illusione di dargli l’immortalità (vedi lezione Antica Grecia La donna Il teatro). Ci sono varie tesi sull’origine della parola Graal: 1) crater (vaso per vino) + vas garale (recipiente per il garum (vedi lezione Roma imperiale Alimentazione e sport); 2) gradale da gradus= passo (lettura che precede il Vangelo durante la messa); 3) Sang réal= linea di sangue reale: ciò alluderebbe alla storia secondo cui la Maddalena è stata la moglie di Gesù. Alla morte di quest'ultimo si sarebbe recata in Gallia con il figlio o la figlia da lui avuta da cui sarebbe nata una stirpe che nel V secolo si è alleata, attraverso matrimoni, con la casa reale dei Franchi dando origine alla dinastia dei Merovingi. Un'altra curiosità: un'ipotesi afferma che il Sacro Graal sia custodito nella chiesa della Gran madre di Dio a Torino (vedi sitografia) (vi alluderebbe il calice retto dalla statua che raffigura la Fede) (fig.51).

Alla ricerca del Graal
Chrétien de Troyes (vedi paragrafi precedenti) nel suo Perceval o il racconto del Graal (1180) scritto per Filippo di Fiandra (vedi sitografia), racconta di come l’eroe, nel castello del re Pescatore ferito, assista ad una visione in cui una fanciulla regge un vaso splendente (decorato con oro puro e pietre preziose) mentre un'altra porta un piatto d'argento (fig.52). La scena richiama i riti regali di iniziazione di investitura seguiti dalla mitologia celtica. Come mai proprio una donna regge il Sacro Graal? In alcune comunità cristiane le donne erano autorizzate a distribuire la comunione: dunque si trattava di un rito abbastanza usuale.

Perceval vorrebbe porre domande al suo ospite sul significato di questi simboli ma l'eccessivo narcisismo ed egoismo lo frenano. Perde così l’occasione di arrecare guarigione al Re e di salvare il reame di Artù. Le Roman de Estoire du Graal di Robert de Boron (vedi sitografia) racconta invece di come Pilato avrebbe affidato il calice a Giuseppe d'Arimatea affinché potesse raccogliervi il sangue di Cristo una volta staccato dalla croce. In seguito, Dio ordina al discepolo di costruire una tavola identica a quella dell'ultima cena e di porvi al centro il vaso del Graal (fig.53).

Dio rivelerà i suoi segreti solo a chi riuscirà ad entrare in possesso della sacra reliquia. La tavola rotonda, nel romanzo, ha un solo posto vuoto destinato al nuovo Giuda: chi vi si siederà verrà inghiottito dalla terra. Sia Chrétien che Boron hanno attinto a leggende celtiche in cui fanno da protagoniste credenze soprannaturali con cui i bretoni cercavano di trovare una spiegazione all'oppressione dei sassoni. Un altro poeta che parla del Graal é Wolfram von Eschenbach (vedi sitografia) nel suo poema Parzival. Qui vi appare sotto forma di pietra dalle magiche proprietà. Essa, infatti, crea dal nulla bevande e cibo per chi la custodisce e conferisce bellezza e immortalità. Ogni anno, lo stesso giorno, una colomba vi depone sopra un'ostia consacrata luminosa che rinnova i suoi poteri. Solo chi viene scelto da Dio per la sua umiltà ed è puro di cuore può custodire la pietra. Anche in Provenza erano diffuse storie sul Graal così come nella cultura araba: in quest’ultimo caso se ne parla nell'opera i Catoni della Sapienza in cui si fa riferimento asette pietre che rappresentano sette forme possibili di saggezza: tra tutte ce n'è una in particolare, chiamata pietra Suprema, che incarna il Sapere universale. Nella religione islamica, inoltre, esiste la pietra della kaaba, portata sulla terra dall'angelo Gabriele: guarisce dai mali chi la tocca ma solo se si ha un cuore puro (fig.54).

Ritornando al Parzifal di von Eschenbach nella vicenda appare un personaggio, un eremita, il quale rivela all'eroe che il Graal (lapis exillis) era custodito in un castello dal nome di Montsalvatge, dimora dei Templari (Montsalvatge significa Mons Selvaticus). Altre storie invece identificano nei Catari (vedi sitografia) i custodi della preziosa reliquia: si tratta di una setta eretica con sede ad Alby (nella Francia del sud), che crede in un universo caratterizzato dalla lotta eterna tra Bene e Male, Materia e Spirito…
Nel ciclo di poemi Gli idilli del re scritti da A.Tennyson (1809-1892) (vedi sitografia), i protagonisti sono i cavalieri della Tavola Rotonda alla ricerca del Graal. Filo conduttore dei poemetti sono le gesta di re Artù e dei suoi cavalieri che vedono cadere in rovina i valori e gli ideali alla base del loro mondo. La venuta di Artù narra di come l'eroe, recatosi in soccorso di Leodogran, si innamori della figlia Ginevra e voglia farla sua sposa (fig.55).

Dopo vari tentennamenti il padre acconsente al matrimonio. In Gareth e Lynette Gareth riesce a strappare alla madre il permesso di partire per raggiungere la corte di Artù, ma solo a patto di celare per otto anni la sua identità di principe lavorando nel frattempo nelle cucine. Gli viene affidata l'impresa di liberare Lyonor, rapita da quattro cavalieri malvagi e rinchiusa prigioniera nel loro castello. Durante il viaggio per raggiungere la meta Lynette, fratello di Lyonor, offende ripetutamente Gareth di cui apprezzerà il coraggio solo dopo che avrà salvato la fanciulla. In Balin e Balan due fratelli si affrontano a causa di un malinteso e si uccidono a vicenda. In Vivienne la maga Viviana seduce Merlino al fine di apprendere i segreti delle arti magiche. Sarà proprio lei a rinchiuderlo in una quercia per l'eternità dopo averlo ingannato. Elaine è il nome della protagonista di un altro poema: il suo compito è quello di custodire lo scudo di Lancillotto mentre partecipa ad un torneo in cui è in palio un diamante che lui vuole donare a Ginevra, moglie di re Artù e sua amante. Lancillotto viene ferito ed è costretto a rifugiarsi da un eremita. Quando Elaine vuole correre al suo capezzale per curarlo lui la rifiuta così da causarne la morte per disperazione. Ne Il sacro Graal Parsifal racconta al monaco Ambrosio il momento in cui ha avuto la visione del calice miracoloso preceduta da rombi di tuono e una luce accecante. Anche Galahad, figlio di Lancillotto, ha visto il Graal ma, diversamente da quanto successo agli altri, la sua visione non era offuscata da nubi. Egli decide dunque di intraprenderne la ricerca girando il mondo. Anche altri cavalieri (Lancillotto, Parsifal, Sir Bors, etc.) prestano lo stesso giuramento cosicché si separano. Sarà Galahad, il prescelto, ad arrivare alla sacra reliquia mentre tutti gli altri cavalieri non riusciranno ad ottenerla. L'ultimo torneo racconta di Tristano che vince una collana di rubini messa in palio in un torneo e la vuole portare in Cornovaglia per donarla all'amante Isotta, moglie di Marco re di Cornovaglia. Purtroppo, il cavaliere finirà ucciso proprio da quest'ultimo. Ginevra racconta della sposa di re Artù che, dopo essere stata rapita dal figliastro Mordred e salvata dai cavalieri della Tavola Rotonda sceglie di farsi monaca nel convento di Amesbury di cui un giorno diventerà badessa. Artù si reca a trovarla perché vuole perdonarle l'adulterio commesso con Lancillotto; tuttavia, alla fine la lascia nel convento dopo aver rimembrato il proprio passato glorioso (fig.56).

Il transito di Artù ci racconta invece della morte del celebre re. Durante il duello finale con Mordred egli, pur rimanendo mortalmente ferito, riesce a uccidere il malvagio usurpatore. Per suo ordine il cavaliere Bedivere getta nel lago Excalibur che viene afferrata e brandita per tre volte da una mano misteriosa emersa dalle acque (fig.57). Tre regine su una barca nera approderanno per portare via con loro il cadavere di Artù (fig.58)......


C.Salinari C.Ricci Storia della letteratura italiana Dalle origini al Quattrocento vol.1 1994, Editori Laterza
J.Flori Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, 1999 Collana Il Giornale Biblioteca storica
J.Le Goff Tempo della Chiesa e tempo del mercante Saggi sul lavoro e sulla cultura del Medioevo 1977, Einaudi
B.Michal e F. Massara I grandi enigmi storici del passato vol.1 1972, Edizione Ferni
P.James N.Thorpe Il libro degli antichi misteri 2000, Armenia Edizioni
M.Polidoro Gli enigmi della storia 2003, Edizioni Piemme
T. Melory Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri 1999, Oscar Mondadori Classici
AA.VV. Dizionario dei Capolavori Grande dizionario enciclopedico 1987, UTET
J.Le Goff Eroi e meraviglie del Medioevo 2005, Laterza
L. Gardner La linea di sangue del Santo Graal La storia segreta dei discendenti del Graal 2002, Newton & Compton Editori
Fumetti suggeriti:
Roudolph, C.Blasetti A.Chiarolla Il Santo Graal 2005, Il Giornalino La Grande Letteratura a fumetti Edizioni San Paolo
Roudolph, C.Blasetti A.Chiarolla Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda 1996, Edizioni San Paolo
Chauvel Lereeculey Artù 2010, Edizioni Comma22
Diary of a wacky knight Paperino e i racconti del cavaliere mascherato 2023, Edizioni Disney Comics Giunti
Topolino e i cavalieri della Tavola Rotonda 2025, Edizioni Disney I Classici della Letteratura RBA
Per Raimondo Lullo:
https://it.wikipedia.org/wiki/Raimondo_Lullo
De Amore di A.Cappellano:
https://laspada.altervista.org/wp-content/uploads/2016/01/andrea_cappellano_De_Amore.pdf
Bernart de Ventadorn:
https://laspada.altervista.org/wp-content/uploads/2016/01/vent_cant_nulla.pdf
Jaufre Rudel:
https://it.wikisource.org/wiki/Rime_e_ritmi/Jaufr%C3%A9_Rudel
Per Dolcestilnovo:
https://it.wikipedia.org/wiki/Dolce_stil_novo
Guglielmo d’Aquitania:
Per la morte di Orlando:
Per R.Wagner:
https://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Wagner
Per Burgundi:
https://it.wikipedia.org/wiki/Burgundi
Per Ondine:
https://it.wikipedia.org/wiki/Ondina_(mitologia)
Per Canto dei Nibelunghi testo:
https://web.seducoahuila.gob.mx/biblioweb/upload/i_nibelunghi_-_vol-_i%20(1).pdf
L’anello dei Nibelunghi:
https://youtu.be/gVUanA7g-Vs?si=7Ki336uvQ5hxNsOw
L’oro del Reno preludio:
La cavalcata delle Valchirie:
https://youtu.be/gQnqTS2hzbI?si=YCIErm9wctIqRvQZ
Per film I Nibelunghi:
Per Goebbels:
https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Goebbels
Per il film Beowulf in lingua inglese (2007):
https://youtu.be/3Y98EN3z6Qs?si=orHlhRywcVxaIruK
Per Goffredo di Monmouth:
https://it.wikipedia.org/wiki/Goffredo_di_Monmouth
Per Chrétien de Troyes:
https://fr.wikipedia.org/wiki/Chr%C3%A9tien_de_Troyes
Per Wolfram von Eschenbach:
https://it.wikipedia.org/wiki/Wolfram_von_Eschenbach
Per Tommaso di Inghilterra:
https://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_d%27Inghilterra
Per Lancillotto e Meleagant:
https://classe7a.wordpress.com/wp-content/uploads/2010/10/lancillotto-e-meleagant1.pdf
Per Lancillotto e Ginevra:
https://letteritaliana.weebly.com/lancillotto-e-ginevra.html
Per S.Dalì:
https://it.wikipedia.org/wiki/Salvador_Dal%C3%AD
Per Goffredo di Strasburgo:
https://it.wikipedia.org/wiki/Goffredo_di_Strasburgo
Per Tristano e Isotta:
https://www.edatlas.it/it/contenuti-digitali/documenti/b1ab6f6f-b0a0-4699-b947-3f13e2de8aa4
https://liberliber.it/autori/autori-l/leggenda-di-tristano/la-leggenda-di-tristano/
Per T.Melory:
https://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Malory
Per Historia Brittonum:
https://it.wikipedia.org/wiki/Historia_Brittonum
Per Geoffrey Ashe:
https://it.wikipedia.org/wiki/Geoffrey_Ashe
Per Rotonda di Montesiepi:
https://www.sangalgano.info/eremo_it.html
Per Ceridwen:
https://it.wikipedia.org/wiki/Ceridwen
Per Chiesa Gran Madre di Dio a Torino:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_della_Gran_Madre_di_Dio_(Torino)
Per Filippo di Fiandra:
https://it.wikipedia.org/wiki/Filippo_I_di_Fiandra
Per i Catari:
https://www.storicang.it/a/i-catari-nascita-di-uneresia_14790
Per A.Tennyson:
https://it.wikipedia.org/wiki/Alfred_Tennyson
Per il cavaliere medievale:
https://youtu.be/IGXNxkwO4wU?si=qsDm1Ptdr-ciJjCI
Per la giornata del cavaliere medievale:
https://youtu.be/-Mqgltherb0?si=qHn3Pm9T7p5wfnwu
Per A.Barbero e il cavaliere:
https://youtu.be/B9iGM7p59d0?si=RBhbpIEy0qaubnnA
Per i tornei medievali:
https://youtu.be/f7IlQAN3UUI?si=dw2Hbw29Bnqa_eVA
Per la Chanson de Roland:
https://youtu.be/r4iWKzy3_N8?si=NRw9eC7Qs75DiWwe
Per la Chanson de Roland in francese:
https://youtu.be/L9N865YSL5w?si=7DcnrEHzcHUe2R2X
Per W.Caxton:
https://it.wikipedia.org/wiki/William_Caxton
Metodo Carbonio 14:
https://it.wikipedia.org/wiki/Metodo_del_carbonio-14
Per Sacra Sindone:
https://it.wikipedia.org/wiki/Sindone_di_Torino
Per calderoni magici e miti celtici:
https://youtu.be/nNWfeX44RvY?si=oGz7kZYFExBaouyS
Per Robert de Boron:
https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_de_Boron
Per Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda:
https://youtu.be/gNepLKQZEb8?si=Js8NptHgk37_T1Sj
Per Re Artù:
https://youtu.be/W5b6k4U9RqU?si=K2s55KVrqo99BFbR
Per Passato e presente: Re Artù
https://youtu.be/n2Of7PH39PQ?si=D-0HJ4X8tdoHT4Il
Per serie di cartoni animati Re Artù e i cavalieri della tavola quadrata:
https://youtu.be/2jh-5JSFKvc?si=r-QfO7LvjO3mdiuI
Per F.Cardini e Parsifal:
https://youtu.be/sUbPRtnOaY0?si=rC2XQQhM-5swIxeh
Fig.03 https://it.wikipedia.org/wiki/Torneo_medievale#/media/File:Codex_Manesse_(Herzog)_von_Anhalt.jpg
Fig.04 https://www.storicang.it/a/le-imprese-dei-cavalieri-erranti-medioevo_14943
Fig.05 https://www.studiarapido.it/tornei-e-giostre-medievali/
Fig.06 https://www.festivaldelmedioevo.it/eloisa-linnocenza-dellamore/
Fig.07 https://it.wikipedia.org/wiki/Amor_cortese
Fig.08 https://www.sanniomatesemagazine.it/laraldica-una-disciplina-per-comprendere-la-storia/
Fig.09 https://www.accademiafabioscolari.it/il-gioco-degli-scacchi-nel-medioevo/
Fig.10 https://www.accademiafabioscolari.it/i-giullari-medievali/
Fig.11 https://www.giovannimelappioni.com/post/i-misteri-dell-arazzo-di-bayeux
Fig.12 https://it.wikipedia.org/wiki/Chanson_de_Roland#/media/File:Mort_de_Roland.jpg
Fig.13 https://www.appuntidivita.eu/la-canzone-di-orlando-i-poemi-medievali/
Fig.14 https://ilmondodiaura.altervista.org/MEDIOEVO/CARLO%20MAGNO.htm
Fig.15 https://www.laguidacuriosa.it/roland/
Fig.16 https://www.storiologia.it/universale/cap056.htm
Fig.17 https://it.wikipedia.org/wiki/Sigfrido_%28opera%29
Fig.18 https://www.appuntidivita.eu/lepopea-dei-nibelunghi-2di3/
Fig.19 https://it.wikipedia.org/wiki/Brunilde#/media/File:Rhinegold_and_the_Valkyries_p_102.jpg
Fig.20 https://ilsud-est.it/uncategorized/2019/08/02/mitologia-nordica-sigfrido/
Fig.21 https://ilcentroantroposofia.it/il-novecento-seconda-parte-giorgio-capellani/
Fig.22 https://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Wagner
Fig.23 https://www.antoniocammarana.it/il-nano/
Fig.24 https://misteridelnazismoblog.wordpress.com/2016/01/20/larchetipo-wotan/
Fig.26 https://www.facebook.com/visitmuve/photos/a.10150161950064116/10160107765559116/
Fig.27 https://www.larchetipo.com/2021/11/pubblicazioni/il-canto-di-sigfrido/
Fig.30 https://cinemazero.it/film/i-nibelunghi-la-vendetta-di-crimilde/
Fig.31 https://www.austriacult.roma.it/evento/i-nibelunghi-fritz-lang/
Fig.32 https://quinlan.it/2014/10/10/i-nibelunghi/
Fig.33 https://operagiuliano.blogspot.com/2017/12/i-nibelunghi-i.html
Fig.34 https://www.skuola.net/letteratura-inglese-1700/beowulf.html
Fig.35 https://www.roberto-crosio.net/1_AMORE_MEDIOEVO/t_chre_lancillotto.htm
Fig.38 https://davidamerland.medium.com/the-fall-of-camelot-and-the-rise-of-morgana-791305d7e873
Fig.40 https://www.appuntidistoria.net/i-cavalieri-della-tavola-rotonda/cavalieri-tavola-rotonda/
Fig.41 https://arda2300.wordpress.com/2017/02/12/merlino-le-origini-del-misterioso-incantatore/
Fig.43 https://www.modenatoday.it/cronaca/misteri-modenesi-re-artu-santo-graal-nel-duomo-di-modena.html
Fig.44 https://www.nationaltrust.org.uk/visit/somerset/glastonbury-tor
Fig. 45 e 46 foto di proprietà dell'autrice
Fig.47 https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b4/Winchester_RoundTable.jpg
Fig.48 https://www.visittuscany.com/it/attrazioni/eremo-di-montesiepi/
Fig.49 https://www.visitvalencia.com/it/santogrial/come-e
Fig.50 https://it.wikipedia.org/wiki/Sacro_Catino#/media/File:Sacro_Catino_Graal.jpg
Fig.51 https://www.angolohermes.com/Luoghi/Piemonte/Torino/Gran_Madre.html
Fig.53 https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0300323769-7
Fig.54 https://it.wikipedia.org/wiki/Ka%CA%BFba
Fig.55 https://www.studiarapido.it/re-artu-tra-storia-e-leggenda/
Fig.56 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=3230924390271696&set=a.456449259843685&id=100064358454179
Fig.58 https://it.wikipedia.org/wiki/Avalon#/media/File:Burne-Jones_Last_Sleep_of_Arthur_in_Avalon_v2.jpg
| Titolo | Descrizione |
|---|---|
| Excalibur | Film del 1981, diretto da J.Boorman si avvale di una eccellente fotografia (per cui ha vinto il Premio Miglio fotografia al Festival di Cannes nel 1982) e di una buona sceneggiatura abbastanza fedele ai romanzi arturiani. |
| La spada nella roccia | Film Disney d'animazione del 1963, narra le esilaranti avventure del fanciullo Semola (futuro re Artù) e del suo precettore Merlino. Da segnalare le sequenze in cui il mago usa le sue arti per trasformare sé stesso e il ragazzo in vari animali al fine di istruirlo alle scienze e ad affrontare la vita. |